Ritorno alle origini

The Modern Age si rinnova  e torna definitivamente alle origini.

Nel recente passato è stato una storica rubrica del Tabloid Letterario Il Monocolo. Poi è diventato un blog personale e altro ancora.
Da oggi, vecchi e nuovi post saranno disponibili (prestissimo anche in versione ePub) sul nuovissimo sito de Il Monocolo.

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“The worlds always amazed at how much cash you made  / But not at how you made it, it’s just strange / It sounded kind of cool over the phone / It killed your neighbors and they dug and crushed their bones”

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Sulla paura e sulla speranza. Sabato di Ian McEwan

Sulla paura e sulla speranza. Sabato di Ian McEwan
(da Il Monocolo numero 5 / ottobre 2006)

Il 15 febbraio 2003 non è giorno che lascerà il segno nella storia dell’umanità. L’undicisettembreduemilauno, data spartiacque della recente storia contemporanea, sembrava apparentemente metabolizzato; l’occidente portatore del vessillo del bene e della giustizia, curate la ferita di Ground Zero e archiviata la pratica Talebani (senza, tra l’altro, l’annunciato scalpo del nemico pubblico numero uno, scomparso negli anfratti delle impervie montagne dell’Asia centrale con al seguito la sua ingombrante attrezzatura medica per la dialisi), si stava preparando a sferrare l’ultima grande vendetta.
Mister Bush, tronfio nel suo ruolo di condottiero e capo carismatico delle forze del bene, stava per mettere a punto la sua insuperabile macchina da guerra, capace di smantellare la fabbrica del male del feroce tiranno iracheno Saddam Hussein.
Tutto ciò mentre milioni di persone, infedeli pochi inclini a credere che la scusa fabbricata ad hoc – ricordate il tanto strombazzato e mai ritrovato arsenale di armi chimiche – scendeva nelle piazze e nelle contro una guerra imminente.
Una guerra inutile, non voluta dall’Onu. Una guerra che con il senno di poi si è rivelato solo portatrice di nuove sventure e morte e distruzione.
Sta di fatto che il 15 febbraio 2003 è un sabato freddo e luminoso: un giorno qualunque.
Come tanti altri. In apparenza.
È è questo contesto e dentro questo giorno qualunque che si muove Henry Perowne: neurochirurgo di fama, nonostante i quarant’anni e una stanchezza leggera appena percettibile, testimonianza ineluttabile del passare degli anni.
Henry, che ha una moglie, avvocato di grido, una figlia neo poetessa che vive a Parigi che sta per tornare a casa e un figlio musicista, si alza nel bel mezzo della notte, inspiegabilmente vigile e adrenalinico.
Uno stato d’animo piuttosto incomprensibile per un bravo e serio professionista che dopo un’intensa settimana di lavoro dovrebbe (e vorrebbe) concedersi un molle e meritato riposo. Dedicarsi alla sua famiglia, compreso l’ingombrante suocero.
Eppure lì, in piena notte, Henry sia affaccia ad una delle finestre del suo elegante appartamento londinese e vede qualcosa di terrorifico e inspiegabile: una scia di fuoco nel cielo.
Un aereo in fiamme, un attacco terroristico, forse. Un’altra strage.
No. Niente di tutto questo.
Un semplice incidente aereo senza conseguenze e vittime, una velivolo commerciale, una carretta del cielo in mano a pochi incompetenti. Tutto qui.
Eppure l’evento, periferico e insignificante seppur nella sua drammaticità, è la scintilla capace di scatenare una serie di eventi a catena nella vita dell’eroe di Saturday (Sabato, Einaudi, Supercoralli, 2005 – ET 2006), ultimo romanzo in ordine di tempo di Ian McEwan.
Un uomo: il macrocosmo di una società occidentale sull’orlo dell’implosione e un microcosmo fatto di incertezze, di paure, di tangibile terrore.
Un’unica lunga giornata nella quale il neurochirurgo si trova – suo malgrado – ad affrontare una serie di eventi, ora straordinari, ora legati alla quotidianità: un corteo che anima le strade della capitale inglese e manifesta contro l’intervento delle truppe americane in Iraq appunto, un banale incidente automobilistico con alcuni balordi – incidente che, nel corso del giornata, avrà conseguenze del tutto inaspettate – una partita di squash persa malamente, una visita alla madre malata e così via.
Una concatenazione di eventi, solo apparentemente insignificante, capace di incrinare le sicurezze di una vita quasi perfetta, costruita con anni di sudore, sacrifici e fatica.
Pubblico e privato che diventano tutt’uno. E il singolo si eleva a rappresentare la massa.
L’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.
L’infinitamente piccolo racconta l’uomo. Il protagonista di Sabato si muove nel film della sua giornata qualunque, cercando di incastrare i tasselli della sua esistenza. Il suo lungo flusso di coscienza, le sue riflessioni, il suo essere vittima – consapevole e soddisfatta – del progresso e della modernità, il suo – ottimismo nonostante tutto – inclinato dalle contraddizione e dalle incertezze del qui ed ora.
«Volevo che egli fosse areligioso, se non anti-religioso; ateo;» rivela McEwan in intervista concessa a Boyd Tonkin e pubblicata su The Independent, « una sorta di darwiniano fatto e finito pur senza aver letto una sola parola di Darwin. Volevo lasciar capire che, per usare un’espressione di Darwin, vi è della grandeur in questa visione della vita ».
L’infinitamente grande racconta invece la nuova grande paura contemporanea e cerca di rispondere ad alla domanda che ognuno di noi, un pomeriggio di fine estate del settembre 2001, si è fatto: e ora che cosa succederà?
Perché, se durante la guerra fredda e gli anni della minaccia nucleare definitiva esisteva un muro e cortina di ferro che, seppur icone di una divisione planetaria, ci separavano e paradossalmente ci difendevano dal temuto nemico rosso, l’immane tragedia delle Twin Towers e i successivi attentati in Europa (l’attacco alla capitale inglese, del quale crediamo di essere spettatori e testimoni, nelle prime pagine del libro, non arriverò dal cielo ma da sottoterra, appena pochi mesi dopo.) e in tutto il mondo, ci hanno dimostrato, da una parte come il becero terrorismo integralista e fascista – perpetrato in nome di un’assurda Guerra Santa – possa infiltrasi fin dentro le viscere del simbolo della democrazia – o almeno quello che credevo fosse il simbolo della democrazia; dall’altra come si possa mascherare un altrettanto vigliacca vendetta dietro ai proclami di un occidente portatore del bene e della pace eterna, dimentichi della sostanziale differenza tra Islam e integralismo Islamico, dimentiche del rispetto di ogni etnia e credo religioso che dovrebbe essere alla base della civile convivenza.
La strategia del terrore, perpetrata sì da Al Queida ma parimenti abilmente orchestrata anche dal governo americano (ricordate Fahrenheit 9/11 di Michael Moore), ha insinuato in ognuno di noi il fantasma della morte, ancor oggi tangibile e capace di polverizzare – da un momento all’altro – le nostre esistenze. Può arrivare dal cielo o da terra. Sul luogo di lavoro e in un’esclusiva località di vacanza. Comunque sia, può arrivare.
L’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Appunto.
È un libro di pregnanti dicotomie quello di McEwan, un libro non perfetto ma profondamente personale e sentito e per questo capace di incrinare l’animo del lettore.
E non è come ci si potrebbe immaginare un romanzo del tutto pessimista.
McEwan ha voluto sì sviscerare la paura che attanagliava ogni giorno l’uomo qualunque da quel lontano settembre del 2001 e, certo, le incertezze e le angosce della società contemporanea sono un virus che infetta l’esistenza del suo protagonista, ma l’intenzione di McEwan non era quella di scrivere né un libro d’azione né un libro sulla paura.
« … Non ho voluto scrivere un romanzo nel quale comparisse la morte.» dice ancora McEwan, e così è: Henry Perowne non ha a che fare con crudeli arabi terroristi o agente segreti o uomini politici ( ad onor di cronaca un politico lo incontra anche; un Tony Blair macchiettistico che ad una mostra lo scambia per un’altra persona ma si tratta di una deviazione di percorso, nulla più) e nel romanzo i nuovi nemici del bene, sono perfettamente integrati nella società londinese, spesso ricchi e affermati, tuttalpiù con usanze e costumi piuttosto incomprensibili agli occhi di un inglese DOC come lui.
La stessa politica internazionale è filtrata dalla quotidianità. I contrasti tra padre e figlia sull’utilità della guerra riflettono più che altro le ragioni dell’uomo qualunque, confuso, impaurito, scosso e nulla più che un comprensibile gap generazionale.
E ancora, paradossalmente, in Sabato il male arriva da un delinquente di quartiere; uno qualunque dei tanti figli della grande metropoli cosmopolita, una bullo capace di minacciare Perowne e tutta la sua famiglia e poi commuoversi di fronte ad una poesia.
Un romanzo importante anche dal punto di vista letterario l’ultimo di McEwan. L’architettura narrativa scelta dallo scrittore inglese - una vita in un giorno – ha infatti precedenti illustri: dall’Ulysses di Joyce ad uno dei capolavori assoluti della letteratura del ’900 la signora Mrs Dalloway di Virginia Woolf.
Precedenti con i quali solo la genialità dello scritturo inglese poteva (coscientemente) confrontarsi.
Un’architettura non nuova per McEwan, già in parte sperimenta nella prima parte del suo capolavoro assoluto: Espiazione; la però, per via di storia ed ambientazione, era decisamente più facile che il meccanismo narrativo reggesse.
Da questo punto di vista quindi Sabato non è immune da qualche cadute di tono, ma tant’è, McEwan lo si ama o lo si odia.
La sua prosa analitica e fredda e chirurgica e cattiva e non dà adito a dubbi. Un lettore disattento e abituato alla faciloneria di certe furbe trame ad orologeria, zeppe di colpi di scena e pompose trovate, può forse essere geneticamente incapace di metabolizzare ben quindici pagine di descrizione di una semplice e assolutamente inutile (dal punto di vista sportivo, non narrativo s’intende) partita a squash ma – premesso che, l’impressionante talento dello scrittore sta proprio nella capacità di rendere accuratamente la mise en scène fin nei minimi particolari – è indubbio che alcune pagine del romanzo ci riportino al migliore giovane McEwan dei prima racconti (Primo amore, ultimi riti e Fra le lenzuola e altri racconti, pubblicati rispettivamente nel 1975 e nel 1978 ) e quello più maturo di alcuni romanzi (citiamo fra i tanti Cortesie per gli ospiti del 1981 o il meraviglioso L’amore fatale del 1997) capace di analizzare fin nel profondo le innumerevoli sfaccettature dell’animo umano, le travolgenti passioni, le malvagie crudeltà.
E da questo punto di vista la scena cruciale e corale dell’irruzione dei teppisti nella lussuosa dimora del protagonista, che a suo modo diventa trasposizione, nel microcosmo del focolare domestico, delle ben più complesse paure latenti nell’ipertecnologica società moderna, così debole e impreparata di fronte all’attuale scontro di civiltà e al terrore della guerra e del terrorismo, è traccia indelebile e testimonianza di un sublime talento letterario.
E di grande letteratura è pregno anche il finale, dove – a ideale conclusione di una giornata per lui indimenticabile – il protagonista si ritrova ancora stanco ma sveglio, nel bel mezzo della notte, ad ammirare il cielo stavolta senza scie di fuoco, stavolta con una speranza nel cuore.
La stessa speranza che l’uomo moderno dovrebbe tener sempre viva dentro di sé, non quella di debellare il male e gli infedeli in nome di uno stato prepotente e colonialista ma quella di chi cerca una naturale convivenza pacifica e rispettosa nel nome della pace.

© 2006 Rossano Trentin
www.ilmonocolo.org


Il Re è nudo. Benvenuti a “Lunar Park”.

Il Re è nudo. Benvenuti a “Lunar Park”, l’ultima allucinazione dello scrittore americano B. E. Ellis.
(da Il Monocolo numero 3 / aprile 2006)

«E tu che ne dici, Bret? » chiese lei. «Tu ti strafai?»
«Senti, essere il più grande scrittore americano sotto i quaranta non è per niente facile. È dura credimi.»

Bret Easton Ellis, Lunar park

Non v’era, credetemi, modo migliore per iniziare questo viaggio nel dorato (e allucinato) mondo del miglior scrittore americano vivente: Bret Easton Ellis. E non v’era occasione migliore del suo nuovo romanzo, Lunar Park appunto (edito nel 2005 da Einaudi come tutti i suoi libri, ad eccezione di Acqua da sole, edito da Bompiani), per tracciare, nero su bianco, il bilancio della sua carriera, ricca di eccessi e successi. Perché Lunar Park non è un romanzo, sono semplicemente le memorie romanzate di Bret Easton Ellis che diventano un travolgente e spaventoso reality show letterario. Un non-romanzo tra fiction e non-fiction (il primo capitolo traccia con realismo e ironia la sua vita dal 1985, giorno del suo debutto, a oggi). Lunar Park, permettetemi il gioco di parole, inizia dall’inizio (o dagli inizi). Dalla genesi.
Andiamo quindi con ordine. La genesi, appunto, fu Meno di zero (Less than zero, 1985): la storia di Clay giovane, ricco e annoiato californiano che torna a casa per le vacanze di Natale. Dal freddo di Camden, nel New Hampshire, alla sabbia della Valley.
Less than zero è lo specchio deformato degli anni Ottanta, una storia senza principio e senza fine sulla disgregazione della famiglia e degli ideali della società americana, scritta con travolgente efficacia da un giovane scrittore dall’immenso talento letterario.
Il non-stile di Ellis, la narrazione in prima persona, le descrizioni eccessive e scandalose (lo snuff-movie, la masturbazione in coppia davanti a Mtv, il cadavere decomposto nel vicolo) diventano espressione della generazione del nulla.
Travolto dal successo, Ellis, in compagnia di Jay McInerney (autore dello speculare Le mille luci di New York. e allievo di Raymond Carver) diventa il wonder boy del mondo dell’editoria americana. Assegni a sei zeri (in dollari), cene alla Casa Bianca – ospite di Jeb e George W. Bush, suoi fans –, televisione, feste eccessive, droga (tanta droga) e un gruppo di giovani e talentuosi scrittori, e ancora editor e agenti famosi (e griffati) quanto le star hollywoodiane.
«E mentre il mondo reale continuava a svanire, diventai l’esponente di spicco di una cosa chiamata il Brat Pack della letteratura. Il Brat Pack era essenzialmente un prodotto dei media. Tutto finte apparenze, punk, minaccia».
Se Clay in una L.A colorata e surreale vaga senza meta da un party all’altro, vive un amore post-adolescenziale senza futuro con la fidanzata del liceo Blair, assiste – incapace della minima reazione – all’autodistruzione del suo migliore amico Julian (vittima di marchette, spacciatori e dell’eroina, e interpretato nell’insipido adattamento cinematografico, datato 1987, da un comunque straordinario Robert Downey Jr), Ellis diventa il simbolo della Mtv Generation, nonché cartina tornasole dei paradossi del luccicante american way of life d’era reaganiana.
Nel 1987 esce Le regole dell’attrazione (Rules of Attraction, di cui ricordiamo il pregevole adattamento cinematografico del 2002, firmato Roger Avary), diario – psicotico – di un gruppo di studenti di un piccolo college umanistico della costa orientale, e da lì ha inizio il grande gioco degli intrecci, del doppio, delle maschere. La produzione letteraria dello scrittore californiano diventa, d’ora in poi, un’impressionante struttura a scatole cinese.
Ambientato a Camden, la stessa università frequentata dal protagonista del suo primo romanzo, Le regole dell’attrazione non è un seguito, eppure a partire da questo momento i personaggi creati da Ellis diventano fantasmi che popolano ogni suo romanzo. È come se la penna si concentrasse, di volta in volta, su altri alienati protagonisti coetanei dello stesso autore, di Clay, di migliaia di giovani americani.
La vita dei campus Usa, con i loro parchi incontaminati, gli esami, le confraternite alla Animal House, l’ostentata religiosità degli atenei, santificata ogni anno durante la festosa parata del 1 gennaio in occasione del Rose Bowl (la finale del campionato universitario di football), deflagrano, tra gli angusti spazi degli alloggi studenteschi, in un’inarrestabile reazione a catena di eccessi, sesso, violenza e droga.
Se Less than zero è il rovescio della medaglia del sogno americano che la perbenista e buonista tv ci propinava negli anni Ottanta (e ci propone tuttora, pensate alle tante serie di giovani ricchi californiani diventate parte delle vita degli adolescenti di tutto il mondo), Le regole dell’attrazione è una critica feroce al sistema educativo statunitense (quale genitore non sognerebbe un figlio laureato in uno dei college delle Ivy League?) e trasforma Bret Easton Ellis in uno spietato testimone oculare del disfacimento della nuova generazione di drogati dalla televisione e dalla polvere bianca, voce distorta della futura classe dirigente a stelle e strisce; e se i primi due romanzi descrivono febbrilmente la formazione della generazione di cui sopra sarà, nel 1991, il suo terzo libro a scandalizzare e creare infinite polemiche e i presupposti per trasformare l’ex enfant prodige in un’icona letteraria.
American Psycho è semplicemente il Male. Patrick Bateman – uscito non a caso dallo stesso college di Clay e dei protagonisti dei due libri precedenti –, giovane manager griffato e maniaco della moda è semplicemente il prodotto malato.
Alla fine degli anni Ottanta la genesi del mostro è finita. Il regno del consumismo ha prodotto il suo figlio migliore, o peggiore. Misogino, omicida, sessualmente deviato, Bateman è un incubo, una presenza inquietante che trascina lo stesso scrittore fin alle porte dell’inferno.
Intervallata dalla raccolta di racconti scritti ai tempi del college The Informers (edito nel 1994 e pubblicato in Italia con il titolo Acqua dal sole), la carriera di Ellis raggiunge un picco ancora più alto qualche anno più tardi.
Nonostante siano palesi a tratti le ingenuità di un autore ancora acerbo, i racconti di The Informers anticipano in parte sia la violenza di American Psycho sia le profetiche e sconcertanti verità di Glamorama.
Uscito nel 1999, Glamorama è la storia di un giovane modello newyorchese, Victor Ward (indovinate la sua formazione universitaria?), coinvolto, suo malgrado, in una lunga scia di inquietanti attentati perpetrati da un gruppo di super modelli terroristi a servizio di un’anonima organizzazione criminale.
Da N.Y a Londra, e Parigi, la storia di Victor assomiglia a un atroce thriller, dove la verità si mischia alla finzione, dove la sua bella fidanzata (super modella, naturalmente) muore avvelenata da un bicchiere di champagne, che prima le lacera le viscere lasciandola agonizzante in una pozza di sangue, poi la uccide, e un attimo dopo la troupe di un film che non esiste invade la scena pronta a un altro ciak.
In Glamorama la vita vera diventa un film: il burattinaio ha sconvolto le regole del noir come Kevin Williamson aveva fatto con l’horror solo un paio d’anni prima con Scream.
Glamorama è la summa del talento visionario di Ellis, una storia sconcertante, incomprensibile, che sancisce forse il definitivo annientamento di un’intera società, solo qualche anno prima della tragedia dell’undici settembre 2001.
Più del democratico radical chic Oliver Stone nel cinema, più di Quentin Tarantino, arricchito e snob e troppo impegnato a sorprenderci con i furbi esercizi di stile delle sue opere più recenti, meno intellettualoide della nuova generazione di scrittori americani fichetti, B.E. Ellis è la coscienza di vent’anni di storia statunitense. Nelle suoi romanzi non c’è il minimo accenno a un giudizio morale, lo scrittore è allo stesso tempo narratore e protagonista delle vicende che racconta, uno spettro tangibile del male di una nazione.
I suoi protagonisti, le loro vicende, si intrecciano, per prendere poi diverse direzioni e ritrovarsi. Magari a Lunar Park. Magari sotto forma di spettri.
E l’ultima opera dello scrittore californiano rappresenta in certo senso la quadratura del cerchio.
Stavolta è Ellis stesso ad essere vittima degli incubi di cui lui è artefice, perché Lunar Park non è solo un’inquietante autobiografia, è come se il ruolo condannato / carnefice si fosse capovolto, come se il burattinaio e mentore ora dovesse combattere contro i personaggi di carta cui ha dato vita.
Così, pagina dopo pagina, entriamo nella vita dello scrittore, entriamo nella sua villa immersa nel verde, scopriamo le sue abitudini e le sue debolezze.
Sconvolto dalla morte – mai metabolizzata – di un padre violento e assente (quel padre morto nel 1992 al quale Ellis confessò di essersi ispirato per creare il personaggio di Patrick Bateman), caduto nel baratro della droga e degli eccessi, disintossicato e diventato ora marito dell’attrice Jayne Dennis (la donna che anni prima gli ha dato un figlio mai riconosciuto), Ellis viene inghiottito dalla normalità della famiglia e dei lussuosi quartiere residenziali ai confini della metropoli. Lo scrittore dell’estremo mette da parte (controvoglia) le feste e la droga e si riscopre (ancor più controvoglia) padre. Lunar park inizia con un finto lieto fine, un “… e tutti vissero felici e contenti” tipico del cinema mainstream americano e dei classici alla Frank Capra – sembrerebbe. Ma nei libri di Ellis nulla è come sembra.
L’incipit è l’inizio di un’altra storia, ben più surreale e terrorifica perché questa volta è la sua stessa vita a diventare un incubo, non per niente ha inizio tutto durante una costosa e sontuosa festa di Halloween, dove tra gli ospiti c’è qualcuno che indossa il costume di Patrick Bateman. Un elegante completo di Armani sporco di sangue.
Chi meglio del più moderno Caronte per traghettare lo scrittore dentro un nuovo incubo, se non la personificazione del demone che ha dato vita al suo romanzo più discusso e violento?
Chi meglio di un giovane studente, di nome Clayton, o Clay come lo chiamano gli amici, per indossare quel costume?
Lunar Park assomiglia a una sorta di regressione psicanalitica, ove eventi e personaggi, tra realtà e finzione, si mischiano dando vita a un continuo gioco di rimandi.
Tanto che il giovane Clay, guarda caso provetto scrittore, sembra la fotocopia di Bateman, o di Christian Bale (l’attore che l’ha interpretato al cinema nella pregevole – benché ripulita – versione di Mary Harron) o dello stesso Ellis giovane.
Lunar Park è un gioco degli specchi, dove strani e inspiegabili eventi, omicidi e rapimenti, sconcertanti coincidenze, sono le chiavi d’accesso per entrare nella vita di uno scrittore, scoprirne gli eccessi, le fobie, le amicizie (travolgenti i dialoghi siparietto tra Ellis e Jayastro / Jay McInerney).
Impressionante commistione di generi (ora saggio biografico, ora novella, ora noir), Lunar Park è anche un romanzo sull’uomo Ellis. Un libro sul rapporto padre-figlio ritrovato o mai ritrovato, sull’umanizzazione di un prodotto dello star system americano. Sul re. Nudo.
Ma nulla, ancora, è come sembra; sintesi della maturità letteraria di un grande scrittore, Lunar Park, potrebbe essere l’ennesima grande provocazione di un genio, un romanzo che diventa autobiografia e reality show letterario allo stesso tempo, dissacrante e auto referenziale presa in giro dell’ultima frontiera dei format televisivi che spiano la vita dei personaggi famosi. Perché nulla è più sconcertante del pagina web dedicata alla scrittore sul sito della casa editrice americana Random House.
Alla voce B.E. Ellis c’è un primissimo piano dello scrittore diviso in due: da una parte, a sinistra, la biografia pubblica di Ellis, quella fino a oggi conosciuta, a destra quella sconosciuta agli occhi del grande pubblico e rivelata nell’ultimo libro.
Dove sta la verità? È tutto un grande bluff? Il re è veramente nudo? E se questo fosse un altro travestimento? Un’altra maschera?
E comunque sia commuovono le ultime parole che chiudono il libro, un grido soffocato a un figlio forse mai nato: «Così, se per caso vedeste mio figlio, salutatelo da parte mia, ditegli di fare il bravo. Ditegli che lo penso, che so che sta vegliando su di me dal luogo in cui si trova, e di non preoccuparsi: perché mi troverà sempre qui, quando vorrà, proprio qui, le braccia pronte ad acco­glierlo, tra le pagine, dietro alla copertina, alla fine di Lunar Park.»

© 2006 Rossano Trentin

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