Sorry we’re closed…

•Gennaio 18, 2009 • Lascia un Commento

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The Modern Age è la rubrica che ho curato per alcune storiche e – permettetemelo – eroiche stagioni all’interno del tabloid letterario Il Monocolo (di cui, a onor di cronaca, sono il co-fondatore).
Questa era la sua naturale evoluzione sul web. L’idea, in origine, era quella di creare uno spazio che, in un modo o nell’altro, andasse a scandagliare le nuove tendenze letterarie attraverso saggi, interviste e approfondimenti. Qui si è sconfinando nella musica, nel cinema e in altre forme di comunicazione.
Le pubblicazioni de Il monocolo, su carta, sono – ancora provvisoriamente – sospese. Una versione on line del giornale letterario è disponibile su www.ilmonocolo.org
Lì potete trovare anche qualche mio saggio integrale e capire come fare per leggere quelli disponibili ancora e solo su carta.
Io non ho smesso di scrivere, e per quanto fatichi a definirmi un blogger, continuo a imbrattare lo schermo. Chi proprio non avesse nulla di meglio da fare può leggermi su  http://rossanotrentin.wordpress.com/

Metti una sera d’estate…

•Settembre 2, 2008 • Lascia un Commento

Le interviste, fin dall’inizio, sono sempre state uno dei tratti distintivi e caratteristici della rubrica che ha dato vita a questo blog. Se poi diventano anche l’occasione per un faccia a faccia senza filtri e per passare una serata a suo modo speciale, ben vengano. Questa con Costanza era nell’aria da tempo.
Allora metti una sera d’estate, nel bel mezzo della Pianura Padana, mettici una musicista – una vera – fuori dal comune, per approccio all’arte e idee e coraggio e fa che la musica, per una volta, non sia quella scontata che le radio, certe radio, fanno passare per buona musica.
L’incontro con Costanza Francavilla è diventato così un modo per parlare essenzialmente di musica. Della musica del passato, della musica del futuro.

Leggi l’intervista sul sito de Il monocolo.

Su Guantanamo e su un documento datato 1949

•Luglio 18, 2008 • Lascia un Commento

Avvertenza: questo è un blog d’argomento prettamente letterario, per coerenza voglio che continui ad esserlo, salvo qualche rara eccezione. Questa un’eccezione.

Di ciò che succede nel campo di prigionia americano di Gauntanamo Bay se ne parla da qualche anno. Da qualche anno Amnesty International, l’Alto Commissario per i Diritti dell’Uomo dell’Onu e svariate altre associazione umanitarie si battono per mettere fine alle torture e alle umiliazioni cui sono sottoposti i prigionieri, in molti casi vittime di extraordinary rendition.
Ora per la prima volta viene reso pubblico il video dell’interrogatorio di un prigioniero di nazionalità canadese. Il pericoloso terrorista, che all’epoca dei fatti, il 2003, aveva sedici – 16 – anni, si chiama Omar Khadr, ed è a Guantanamo perchè accusato di aver lanciato l’anno prima (nel 2002 in Afghanistan) una granata che ha ucciso un soldato americano.

Di parole forse non ce ne sono più. Mi limito solo ad un estratto da un documento chiamato Convenzione di Ginevra, datato 12 agosto 1949.

[...]
Articolo 4: Definizione di prigioniero di guerra
Sono prigionieri di guerra, nel senso della presente Convenzione, le persone che, appartenendo ad una delle seguenti categorie, sono cadute in potere del nemico:
1. i membri delle forze armate di una Parte belligerante, come pure i membri delle milizie e dei corpi di volontari che fanno parte di queste forze armate;
2. i membri delle altre milizie e degli altri corpi di volontari, compresi quelli dei movimenti di resistenza organizzati, appartenenti ad una Parte belligerante e che operano fuori o all’interno del loro proprio territorio, anche se questo territorio è occupato, sempre che queste milizie o questi corpi di volontari, compresi detti movimenti di resistenza organizzati, adempiano le seguenti condizioni:
a. abbiano alla loro testa una persona responsabile dei propri subordinati;
b. rechino un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza;
c. portino apertamente le armi;
d. si uniformino, nelle loro operazioni, alle leggi e agli usi della guerra;
3. i membri delle forze armate regolari che sottostiano ad un governo o ad un’autorità non riconosciuti dalla Potenza detentrice;
4. la popolazione di un territorio non occupato che, all’avvicinarsi del nemico, prenda spontaneamente le armi per combattere le truppe d?invasione senza aver avuto il tempo di organizzarsi come forze armate regolari, purché porti apertamente le armi e rispetti le leggi e gli usi della guerra.
Articolo 5: Durata dell’applicazione della Convenzione ai singoli prigionieri
La presente Convenzione si applicherà alle persone indicate nell’articolo 4 non appena cadessero in potere del nemico e sino alla loro liberazione e al loro rimpatrio definitivi.
In caso di dubbio circa l’appartenenza delle persone, che abbiano commesso un atto di belligeranza e siano cadute in potere del nemico, ad una delle categorie enumerate nell’articolo 4, dette persone fruiranno della protezione della presente Convenzione, nell’attesa che il loro statuto sia determinato da un tribunale competente.
Articolo 12: I singoli militari non hanno “potere” sui prigionieri
I prigionieri di guerra sono in potere della Potenza nemica, ma non degli individui o dei corpi di truppa che li hanno catturati. Indipendentemente dalle responsabilità individuali che possano esistere, la Potenza detentrice è responsabile del trattamento loro applicato.
Articolo 13: Trattamento umano
I prigionieri di guerra devono essere trattati sempre con umanità. Ogni atto od omissione illecita da parte della Potenza detentrice che provochi la morte o metta gravemente in pericolo la salute di un prigioniero di guerra in suo potere è proibito e sarà considerato come una infrazione grave della presente Convenzione. In particolare, nessun prigioniero di guerra potrà essere sottoposto ad una mutilazione corporale o ad un esperimento medico o scientifico di qualsiasi natura, che non sia giustificato dalla cura medica del prigioniero interessato e che non sia nel suo interesse.
I prigionieri di guerra devono parimenti essere protetti in ogni tempo specialmente contro gli atti di violenza e d’intimidazione, contro gli insulti e la pubblica curiosità.
Articolo 17: Modalità per gli interrogatori
L’interrogatorio dei prigionieri di guerra deve essere fatto in una lingua che essi comprendano.
Articolo 18: Effetti personali
Tutti gli effetti e gli oggetti d’uso personale (eccettuate le armi, i cavalli, l’equipaggiamento militare e le carte militari) resteranno in possesso dei prigionieri di guerra, come pure gli elmetti metallici, le maschere contro i gas e qualsiasi altro oggetto loro consegnato per la loro protezione personale. Resteranno parimenti in loro possesso gli effetti ed oggetti che servono al loro abbigliamento e al loro nutrimento, anche se questi effetti ed oggetti fanno parte del loro equipaggiamento militare ufficiale.
I prigionieri di guerra non dovranno trovarsi, in nessun momento, senza carta d’identità. La Potenza detentrice fornirà tale documento a coloro che non lo possedessero.
Le insegne del grado e della nazionalità, le decorazioni e gli oggetti aventi sopra tutto valore personale o sentimentale non potranno essere tolti ai prigionieri di guerra.
Articolo 20: I trasferimenti dei prigionieri
Il trasferimento del prigioniero di guerra si farà sempre con umanità e in condizioni analoghe a quelle osservate per gli spostamenti delle truppe della Potenza detentrice.
La Potenza detentrice fornirà ai prigionieri di guerra trasferiti acqua potabile e vitto in sufficienza, come pure il vestiario e le cure mediche necessarie; essa prenderà tutte le precauzioni utili per provvedere alla loro sicurezza durante il trasferimento ed allestirà, il più presto possibile, un elenco dei prigionieri trasferiti.
Articolo 25: L’alloggio dei prigionieri
Le condizioni di alloggio dei prigionieri di guerra saranno altrettanto favorevoli in confronto di quelle riservate alle truppe della Potenza detentrice accantonate nella stessa regione. Queste condizioni dovranno tener conto delle usanze e delle consuetudini dei prigionieri e non dovranno, in nessun caso, essere dannose alla loro salute.
Articolo 34: Libertà di culto
I prigionieri di guerra godranno della più ampia libertà per la pratica della loro religione, compresa l’assistenza alle funzioni di culto, a condizione che si informino alle norme correnti di disciplina prescritte dall’autorità militare.
Locali convenienti saranno riservati alle funzioni religiose.
Articolo 38: Attività ricreative
Pur rispettando le preferenze individuali d’ogni singolo prigioniero, la Potenza detentrice incoraggerà le attività intellettuali, educative, ricreative e sportive dei prigionieri di guerra; essa provvederà ad assicurarne l’esercizio mettendo a loro disposizione locali adatti e l’equipaggiamento necessario.
I prigionieri di guerra dovranno avere la possibilità di fare esercizi fisici, compresi sport e giuochi, e di godere dell’aria all’aperto. Spazi liberi sufficienti saranno riservati a tale uso in tutti i campi.
Articolo 46: Favorire il rimpatrio
La Potenza detentrice, decidendo di trasferire i prigionieri di guerra, dovrà tener conto degli interessi dei prigionieri stessi, specialmente per non accrescere le difficoltà del loro rimpatrio.
Il trasferimento dei prigionieri di guerra si farà sempre con umanità e in condizioni che non siano meno favorevoli di quelle di cui fruiscono le truppe della Potenza detentrice per i loro spostamenti. Sarà sempre tenuto conto delle condizioni climatiche alle quali i prigionieri di guerra sono abituati e le condizioni del trasferimento non dovranno in nessun caso essere pregiudizievoli alla loro salute.
La Potenza detentrice fornirà ai prigionieri di guerra, durante il trasferimento, acqua potabile e vitto in sufficienza per mantenerli in buona salute, come pure gli effetti di vestiario, l’alloggio e le cure mediche necessarie. Essa prenderà tutte le precauzioni utili, specie in caso di viaggio per mare o per via aerea, per garantire la loro sicurezza durante il trasferimento e allestirà, prima della loro partenza, l’elenco completo dei prigionieri trasferiti.
Articolo 118:La fine della guerra deve coincidere con il rimpatrio
I prigionieri di guerra saranno liberati e rimpatriati immediatamente dopo la fine delle ostilità attive.

Costanza Francavilla Live in Italy

•Luglio 13, 2008 • 1 Commento

Costanza Francavilla è oramai una presenza costante su The Modern Age. Lei scrive, suona, produce la sua musica; ottima musica. Una colonna sonora perfetta per una notte d’estate, magari dopo un temporale, o per un lungo viaggio in auto; o fate voi.
Vive e lavora negli Stati Uniti ma in Italia ci ritorna spesso.
È uscito il suo nuovo cd Sonic Diary con un singolo assolutamente ipnotico e bellissimo Just another alien.
Venerdì sera ha suonato a Napoli ma è solo l’inizio. Questi i prossimi appuntamenti live e il Radio Tour

Costanza Live

LIVORNO (ITALY) – JULY 18th @ ELETTROWAVE with Marco Messina
ROME (ITALY) – AUGUST 7th @ CONTESTACCIO with Marco Messina
MODENA/CARPI (ITALY) – AUGUST 9th @ COCCOBELLO with Marco Messina
BURNING MAN – NEVADA – AUGUST 29th @ la playa!!!

Radio Interviews in Italy

13/07 RADIO STEREO NOTTE – 1.00 am
14/07 RADIO CITTA’ DEL CAPO – 4.30 pm
15/07 RADIO CITTA’ APERTA – 12.20 pm
15/07 RADIO FACOLTA’ Di FREQUENZA -17.30 pm
17/07 CONTRORADIO – 12,00 pm
18/07 NOVARADIO – 15.30 pm
24/07 RADIO CITTA’ FUTURA – 17.00 pm

Per saperne di più:

Costanza myspace:
<http://www.myspace.com/costanzafrancavilla>

Costanza website:
<http://www.costanza.tv/>

Cefalipodisti si nasce o si diventa?

•Luglio 7, 2008 • Lascia un Commento

Succede che inizi a correre quasi per caso, giusto per scaricare la rabbia accumulata durante la giornata, per elaborare qualche nuova idea o solo per trovare un posto tranquillo, tra il cielo, la statale e i campi divorati dal cemento colorato delle case che vanno di moda ora; quelle che non si vendono più perchè prima o poi i mutui finiscono.
Vuoi con il caldo torrido di questi giorni, vuoi con la pioggia che ci ha portato via una primavera degna di questo nome.
Corri e corri e non ti fermi più, poi, un giorno qualcuno che conosci bene, ti propone di scriverci su qualcosa insieme e il problema è che gli dai retta. Gli dai retta da troppo tempo e quasi sempre hai fatto bene. Quasi.
Tutto molto surreale e di stomaco. Ironicamente semiserio. Quasi un esperimento socio-antropologico. Ma senza le minigonne della Marcuzzi, il trucco abbondante della Ventura o le pettinature di Morgan che nemmeno Don King negli anni ‘80 porca miseria.

Perchè mica sei un atleta, perchè a scuola, quando c’era la corsa campestre (ve le ricordate quelle maledette campestri nel parco?) era sempre di lunedì e tu, la domenica pomeriggio in discoteca, avevi sempre esagerato con qualcosa di troppo alcolico e finiva che, per non correre, ti imboscavi a fumare proprio sotto una delle finestre delle aule del classico li vicino, a giocare ai segnali di fumo con qualche biondina che alla fine non era nemmeno il massimo. Ma era disponibile quanto basta a quell’età.
Perché sei uno svitato. Anzi no, gli svitati siete in due. Che da soli al massimo ci si crede Napoleone o un giovane editore senza distribuzione che si crede Giulio Einaudi. Mica ti passa per la testa di pensare a fare 42 km e 195 metri. No.
Tutto molto surreale e narrativo, insomma. Signori e signore ecco a voi il Cefalopodista.
Com’è che si dice: “Testa bassa, lanci lunghi e pedalare!” o qualcosa del genere.

Il saggio La fine dell’innocenza on line su www.ilmonocolo.org

•Luglio 2, 2008 • 2 Commenti

Manco da un po’, o meglio, a dare un’occhiata al calendario manco da molto, troppo tempo. Vuoi per i libri freschi di stampa di cui ho curato l’uscita (che trovate qui), vuoi per gli eventi che mi portano spesso in giro da una parte all’altra, sballottato tra aerei, treni, metro e qualsivoglia mezzo di trasporto. Comunque sia, manco da molto, troppo tempo.
Del resto non sono un blogger trita post, non lo sono mai stato e credo non lo sarò mai. Per me la scrittura è riflessione e cura del dettaglio.
Amo il fondo e le lunghe distanze.
Correre: ecco un’altra cosa che mi tiene lontano da questo luogo virtuale. Macinare chilometri, giorno dopo giorno. Anche nei pomeriggi torridi di quest’estate che tardava ad arrivare, la corsa è stata ed è l’antidoto contro le troppe ore di lavoro e la tanta stanchezza. Correre con tutta la convinzione possibile: per andare avanti, non importa dove, ci vuole convinzione e resistenza.
In fondo le imprese più belle cos’altro sono, se non il risultato di tanta convinzione e resistenza? Quelle dove tocca correre a denti stretti e a testa bassa, con l’acido lattico che mangia le gambe e la fatica che spezza il fiato.
Andare avanti come va avanti la storia de Il Monocolo: quella iniziata tre anni fa, con la carta, quelle che poi è proseguita l’estate scorsa – con questo blog e con la versione on line di un giornale letterario, un’onda lunga che non si è ancora esaurita ed è ben lungi dall’esserlo.
L’impresa era fare buona saggistica letteraria di qualità, lontano dai canoni della comunicazione usa e getta. Ci sono riusciti e continuiamo a farlo. A piccole dosi.
Parliamo quando abbiamo qualcosa di concreto da dire. Altrimenti stiamo zitti. Troppa gente parla a sproposito.

Oggi avevo qualcosa da dire e ho parlato: c’era in cantiere da un po’ la pubblicazione sul sito del Monocolo dei primissimi saggi pubblicati su carta, i saggi dello storico Numero 0 del luglio 2005 e questo mio saggio – La fine dell’innocenza – di cui scrivere; un saggio dove parlo di tre libri che raccontano di un passaggio violento e traumatico dall’infanzia all’età adulta. C’era Ian McEwan con Espiazione, Stefano Massaron con Ruggine e soprattutto c’era Simona Vinci con un libro meraviglioso e crudele, di una disperazione senza limiti, Dei bambini non si sa niente.
È stato per pochi sulla carta, ora e per tutti sul web.

Il saggio La fine dell’innocenza è scaricabile qui

La collezionista di sogni infranti / Barbara Baraldi

•Gennaio 30, 2008 • Lascia un Commento

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La collezionista di sogni infranti
di Barbara Baraldi
Perdisa Pop, 2007
Collana Babele Suite

« Chissà quante bugie mi ha raccontato.
Una fan dei Cure e la sera che lo ho nominato Boys don’t Cry è caduta dalle nuvole.
Vediamo se è così bella come mi ha detto, neanche fossi un uomo.
A me poteva anche dirlo se non è una strafica.
Io le ho detto la verità.»

Amelia e Marina non si conoscono. O almeno non si conoscono del tutto.
La loro amicizia è nata in una chat, un luogo neutro e virtuale dove tutto è possibile e nulla è realmente tangibile. In una chat c’è sempre chi dice la verità e chi mente. Forse non di proposito. Forse per gioco, per paura o per trovare una semplice via d’uscita a un’esistenza che pesa come un macigno sullo stomaco. La chat è tutto e nulla. Brucia ogni cosa troppo in fretta. La realtà, si sa, è ben altra cosa.
Così la prima – Amelia – prende un treno per un paesino della compagna emiliana, per incontrare la seconda – Marina – che aspetta. In una casa enorme che fa paura.
Due rituali: il viaggio e l’attesa. Due rituali che ci raccontano due ragazze diverse. In apparenza.
Eppure c’è qualcosa che si fa strada tra le righe del racconto. C’è una sensazione di “non detto” e non ancora perfettamente comprensibile. C’è il respiro acre della paura che sale e si nasconde dietro ogni angolo e ogni particolare, insignificante solo all’apparenza: un sms senza risposta, un treno in ritardo, un incontro casuale che fa battere forte il cuore, un appuntamento mancato o uno sguardo qualunque di fronte ad un bar qualunque, che graffia come una scheggia di vetro, quando ormai è notte, e non c’è nessuna alternativa che andare fino in fondo, dritti verso il destino.
E il destino, è tutto in quella casa.
Ed è lì, in quelle casa, che Barbara Baraldi dosa sapientemente suspense e tensione e orrore, tanto da trascinare e spiazzare il lettore, con la sua innata capacità di fotografare alla perfezione l’azione, in un gioco continuo di colpi di scena che non lascia scampo.
La via di fuga, come in ogni buon thriller, sembra sempre lì, ad un passo, eppure è invisibile agli occhi. Irraggiungibile.
Barbara ama il cinema di genere e gioca con le regole del thriller come farebbe il più dotato degli sceneggiatori: usa la sua penna quasi fosse l’occhio di una videocamera, che indugia ora su di uno sguardo, sul respiro spezzato, sulla paura che cresce e diventa un grido agghiacciante. Diventa ora implacabile, ora crudele. Sfiora l’erotismo perverso – ma mai volgare – del fumetto, e ci conduce in terre di straordinaria dolcezza.
Detto così sembrerebbe un ottimo racconto di genere: ma non lo è, non del tutto almeno. C’è di più.
Perché il grande pregio di Barbara Baraldi è quello di essere riuscita a dar voce, attraverso la sua scrittura (che accarezza la pelle e scava dentro lo stomaco), ai sogni e alle paure più profonde delle sue protagoniste.
Perché, dietro ai finestrini sporchi di quel treno, dentro quella casa enorme che sembra uscita da un vecchio film, c’è la provincia che esplode nei suoi sconcertanti e solitari paesaggi di compagna. La stessa che implode, poi, quando scendono le prime luci della sera; quando le strade si svuotano all’improvviso, e la vita (fatta di lavoro frenetico e lacerante quotidianità) si chiude a riccio protetta dalla luce fioca delle villette tirate su con il mutuo o da quella appena meno tenue dei bar, dove, nell’una o nell’altra, potrebbe nascondersi il pericolo inatteso. Quello che fa male all’anima.
Perché “La collezionista di sogni infranti” non è solo “nero” ma anche, e soprattutto, specchio fedele della realtà contorta d’oggi.

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Barbara Baraldi, scrittrice e fotografa, è cresciuta nell’ambiente underground metropolitano e notturno di quella Emilia Paranoica che descrive nei suoi racconti. Le sue modelle, tatuate e tormentate, sono i prototipi da cui trae ispirazione quanto diventa scrittrice. Appassionata di cinema di genere, colleziona bambole gotiche e ha lavorato come modella. Il suo racconto Dorothy non vuole morire ha ricevuto il premio “Mario Casacci”. Con Una storia da rubare ha vinto il XXXIII premio “Gran Giallo Città di Cattolica”. Con lo pseudonimo di Luna Lanzoni, ha pubblicato il romanzo La ragazza dalle ali di serpente (Zoe, 2007), di grande successo negli ambienti alternativi.

Per saperne di più: http://www.myspace.com/161929044

Le prossime presentazioni: Giovedì 31 gennaio, ore 18, Genova, FNAC / Sabato 2 febbraio, ore 19, Milano, Sherlockiana

Quello che… / Stagione 1 / 101

•Gennaio 16, 2008 • Lascia un Commento

Questa idea del “Quello che…” è nata per caso un giorno di novembre. Ho pensato fosse buona cosa riprenderla. Facciamo che quella era la puntata pilota. Ora ecco la prima serie.

Quello che sto leggendo:

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Corpus Christine” di Max Monnehay (Castelvecchi, 2007). Lei, la scrittrice, e nata nel 1981 e il romanzo, uscito in Francia nel 2006, ha vinto il Premio Opera Prima. La trama è assolutamente agghiacciante e il talento straordinario.

Per saperne di più su di lei

Quello che sto ascoltando:

Ho ricominciato con questa storia di ascoltare quasi esclusivamente musica francese. Non dico altro, perchè la musica francese non la ascolta nessuno e quindi non credo che la cosa interessi.

Quello che sto scrivendo:

Ho appena finito di scrivere la lista del buoni propositi per il 2008 che tengo aperta fino a fine gennaio, non si sa mai, un po’ come il calciomercato di gennaio. Ho un racconto in cantiere, senza il finale, e un altro paio di cose in un vecchio portatile.

Quello che sto guardando:

Ultimamente, sarà perchè passo troppe ore al pc per via del lavoro, non ho troppo tempo né per il cinema, né per la televisione. Così mi sono fatto prendere da questa cosa di YouTube e del web. Non è una novità, certo, ma se avete voglia di passare qualche ora al pc con un po’ di nostalgia per delle cose che avete visto anni fa, e non pensavate più di vedere, la cosa non è affatto male. A cercare bene poi ci si trova anche qualcosa di interessante, che sfugge alle regole del mainstream. Elephant Woman (monologo teatrale di Andrea Gattinoni) è una di queste. Protagonista assoluta è Francesca Inaudi, una delle migliori attrici del cinema italiano. Lei è diventata popolare grazie alla televisione, ma al cinema recita in un film dopo l’altro; cito, tra i tanti, “Dopo mezzanotte” di Davide Ferrerio e “L’uomo perfetto” di Luca Lucini. Per farsi un’idea del suo talento guardatevi il monologo di Elephant Woman su YuoTube.

Per vedere il monologo integrale – dura 70 minuti – clicca qui.

Per saperne di più su di lei

Progetti imminenti:

Decisamente troppi.

Metamorfosi di un fenomeno letterario da copertina: l’intervista a Melissa Panarello

•Gennaio 6, 2008 • Lascia un Commento

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Melissa Panarello. L’intervista integrale tratta da “Metamorfosi di un fenomeno letterario da copertina” il saggio pubblicato da Il monocolo
Per leggere il saggio completo clicca qui.

Rossano: Sul tuo blog ufficiale fino a poco tempo fa, alla voce “profilo”, c’era scritto: «‘sta storia del chi sono ha definitivamente rotto la minchia». Concordo. Di te hanno parlato giornali e televisioni, spesso a sproposito, spesso in modo critico, talvolta morboso. Di te hanno detto e scritto tanto, ma non l’essenziale: è l’essenziale è che sei una scrittrice e, permettimelo, pure brava. Vuoi dirci “chi non sei”?
Melissa: Non sono un’arrampicatrice, non sono una disonesta e non vado in cerca di soldi facili, non farei la scrittrice se no. Non sono una femme fatal, né mai sono stata una lolita. Non sono attratta dalla gloria, né dal successo fine a se stesso. Soprattutto, non sono una cretina.

R: E ora veniamo al tuo tanto chiacchierato esordio: sarò sincero con te, letta l’ultima pagina di Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, la prima reazione è stato un sorriso. Ho pensato alle tante critiche e polemiche suscitate dal tuo libro e le ho trovate francamente sterili, tipiche del retaggio cattolico, bacchettone e perbenista dell’Italietta nostra. A parer mio, chi ti ha criticato ti ha letta ed è stato morbosamente attratto dalla storia che hai raccontato, quasi da dimenticarne l’essenza. Sul tuo blog, e nella rete in generale, ho visto che c’è chi ti attacca ancora in modo piuttosto gratuito e sciocco; quale è stata invece la reazione di chi ha amato il libro e in particolare delle tue coetanee?
M: Sia i miei detrattori che i miei ammiratori hanno da sempre avuto un rapporto di profonda confidenza, nel bene e nel male. Chi l’ha fatto nel bene ha sempre trovato in me una persona con cui condividere i propri pensieri e le loro storie, una persona di cui fidarsi. Molti mi hanno vista come un’amica, una che non aveva niente di diverso con una qualsiasi compagna di banco. Molte coetanee hanno apprezzato e invidiato il coraggio che, sostengono, ho dimostrato. È bello e rassicurante che spesso sono coloro che mi amano a difendermi dagli attacchi di coloro che mi odiano. Ho creato un esercito potentissimo senza saperlo.

R: Il libro è stato tradotto in 40 paesi. Qualche mese fa, quando preparavo l’intervista a Toni Bentley, l’autrice di The Surrender, ho letto ottime critiche su di te sul New York Times e su altri noti giornali americani. Tu hai girato il mondo per presentare il tuo romanzo. Come sei stata accolta? E qual è stata la reazione dei lettori?
M: Sono stata accolta benissimo ovunque, soprattutto, e a gran sorpresa, in Turchia. Quando uscì il primo libro scoppiò la melissa-mania e non passava giorno senza che ricevessi proposte di matrimonio da parte di fan turchi; era divertentissimo. Ho notato molta apertura, molto più che in Italia.

R: Dal libro è stato girato un film che, francamente, ho trovato brutto in modo terrorizzante. La storia che tu hai raccontato è stata banalizzata all’estremo. Non ti chiedo un parere sul film, è cosa nota. Ti chiedo piuttosto quanto è stato (se lo è stato) doloroso come scrittrice vedere una tua storia così lacerata?
M: Non è stato tanto l’aver cambiato e alterato la storia ad avermi offesa, quanto il trattamento che ho ricevuto: mi hanno scaricata non appena hanno intuito che l’impronta che io volevo dare al film era diversa da quella che poi loro hanno dato. Ma la cosa che più mi ha fatto arrabbiare è che hanno intitolato il film con il mio nome, inconcepibile.

R: Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire, nelle ultime stagioni ha fatto scuola. Che ne pensi dei tanti cloni nati sull’onda del tuo successo?
M: Credo che una metà di questi cloni possa essere reale. Credo che molti facciano parte di una corrente comune, quella a cui appartengo (o a cui sono appartenuta) che vede nell’individualismo e nel resoconto dettagliato delle esperienze sessuali una forma letteraria. Certo, molti sono fake nati e creati appositamente per riprodurre un successo. Ma credo che non per tutti sia così.

R: A parer mio ne L’odore del tuo respiro, il tuo secondo romanzo, la componente autobiografica è ancor più viva e tangibile che nel tuo debutto. La Melissa scrittrice, travolta dal successo, dalle paure e delle insicurezze (e da una nuova città e da un nuovo amore) diventa sì, nel finale, un personaggio di carta e parole che vive di vita propria, eppure c’è forte (e affascinate) questa dicotomia tra il personaggio pubblico, la scrittrice, e quello privato. Nel leggerlo ho pensato a Lunar Park di Bret Easton Ellis. Forte del successo del primo libro (e del tuo carattere altrettanto forte, che ti ha permesso di reggere alle tante pressioni), avresti potuto scegliere una strada diversa, invece hai deciso ancora una volta di spogliarti, dare tutta te stessa. E stavolta oltre alla pelle c’è la tua anima. Perché?
M: Il mio secondo romanzo rappresenta più il mio mondo interiore che quello esteriore, a differenza del primo romanzo. Non è stata una scelta consapevole, ma una naturale conseguenza dopo un periodo a cercare di rimettere insieme i pezzi. E per mettere insieme i pezzi ho pensato che come la scrittura mi aveva aiutato per il primo romanzo, forse l’avrebbe fatto anche per il secondo. Scrivere nero su bianco paure, sorprese e insicurezze è uno dei tanti modi per superarle.

R: L’altra grande co-protagonista del libro, insieme a Thomas, il tuo compagno, è tua madre. I frammenti in cui parli della “tua” infanzia e del vostro rapporto sono tra i migliori momenti del libro. È appena finita l’estate. Ci regali un ricordo inedito di una tua estate a Catania?
M: Ricordo come a casa in campagna di mia nonna raccoglievamo i pomodori nell’orto, li seccavamo al sole per farne i cosiddetti “pomodori secchi” e li chiudevamo dentro dei barattoli che duravano per tutto l’inverno. Era un momento speciale per noi bambini che ci sentivamo utili, si pensava di fare finalmente qualcosa di importante per tutta la famiglia.

R: Sempre nel secondo libro, hai dato molto spazio a una dimensione onirica e magica. La protagonista “vede” e “sente” delle presenze, dei fantasmi, che sono protagonisti della storia, alla pari dei protagonisti in carne e ossa. Un post recente del tuo blog parla di un visita a una sensitiva in compagnia di tua madre. Sembra un tema a te molto caro. Ce ne vuoi parlare?
M: Non sono una persona religiosa, ma sicuramente posso definirmi mistica. Fin da bambina ho avuto a che fare con mondi “paralleli”, fantasmi o fatti inspiegabili. Non mi importa se la gente non crede, non mi importa essere derisa per questo. Credo nella magia, qualsiasi forma di magia.

R: La Melissa di Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire è alla costante ricerca dell’amore. La Melissa de L’odore del tuo respiro, quell’amore lo ha trovato, ma teme di perderlo e lotta con rabbia per tenerselo stretto. La sua gelosia diventa ossessione. Nei tuoi libri la parola “amore” è una costante. La Melissa Panarello di oggi, cosa pensa dell’amore?
M: Non ho mai avuto, né ho mai voluto avere, un’idea chiara dell’amore. Non mi interessa sapere che cosa sia, di cosa sia fatto. L’amore si riconosce, è un po’ come quei volti che vediamo per strada e che ci sembra di conoscere, ma non sappiamo a chi appartengano né che nome abbia la persona.

R: Una volta metabolizzato il tuo esordio anonimo e celato dietro a all’iniziale del tuo cognome, la Melissa scrittrice è diventata un’immagine ricorrente. Oltre alle parole, che giorno dopo giorno conquistavano sempre più lettori, le tue foto sono diventate di dominio pubblico. Per le tue copertine e per i tuoi ritratti hai un fotografo “personale” Gabriele Rigoni. In un tuo viaggio in Giappone hai incontrato Araki Nobujoshi. Che cosa rappresenta per te la fotografia? Quanto ti piace apparire? E quanto della Melissa privata che non conosciamo credi traspaia dai tuoi ritratti?
M: Apparire mi piace, mi piace vedermi attraverso gli occhi altrui. Ogni fotografo mi ha visto con i propri occhi, ognuno quindi in maniera diversa. In realtà mi riconosco in quasi tutti i ritratti che mi hanno fatto in questi anni, perché ognuno di loro è stato capace di rubare parti di me, talvolta anche sconosciute.

R: Ne In nome dell’amore, la tua “lettera aperta” al Cardinal Ruini, affronti tematiche di grande attualità, la condizione della donna, l’omosessualità, l’aborto, le coppie di fatto. Un atto che reputo estremamente coraggioso, quasi follemente incosciente, per una giovane scrittrice arrivata al successo con un memoriale erotico che l’ha catapultata al centro di infuocate polemiche. Parli di un libro nato dalla rabbia. Dalla rabbia di Melissa donna. Cosa ti ha spinto a un tale rischio? E quale credi possa essere oggi il ruolo di uno scrittore quale cartina tornasole dei problemi della società?
M: Ogni scrittore ha il diritto di riportare i drammi della società in cui vive. Poi ognuno decide se avvalersi di questo diritto o no. Io l’ho fatto perché non c’era nessuno che si ribellava a un sistema diventato estremamente pericoloso, minacciando continuamente la libertà e la laicità.

R: In alcune interviste parli della scrittura come di una sorta di valvola di sfogo, di un piacere. In una recente intervista, Ian McEwan ha definito la scrittura come «un terrorizzante atto di silenzio e solitudine che ti porta a isolarti dalla vita. Una scelta spietata». Cosa ne pensi?
M: Non sono completamente d’accordo. Anzi, ho sempre provato fastidio nei confronti di coloro i quali pensano che per essere uno scrittore, un’artista, è necessario isolarsi ed estraniarsi dalla vita e dal contatto umano. Penso che l’arte, ogni giorno, debba respirare e ispirarsi alla vita.

R: Prima di concludere, permettimi una “domanda tecnica”, da editor. Spesso, lettori e aspiranti scrittori, specie qui in Italia, ignorano che dietro ad ogni buon libro c’è un lungo e attento lavoro di editing e riscrittura. Come è stata la tua esperienza con Simone Caltabellotta, il tuo editor? Quanto ti ha aiutata a migliore e affinare la tua scrittura?
M: Simone è stato ed è uno degli aspetti più belli dell’editoria italiana, o meglio della mia personale esperienza nell’editoria italiana. È stato in grado di guardare con i miei occhi e sentire con i miei sensi, e ciò lo ha reso capace di lavorare ai miei romanzi come se anche lui ne fosse un po’ l’autore. Non mi ha mai imposto né scritto niente, i suoi erano suggerimenti, mi proponeva delle riflessioni. Il suo non era un approccio tecnico, ma umano. La mia scrittura, con lui, non è migliorata tanto per i suoi consigli tecnici, ma perché riusciva a tirar fuori della cose dalla mia penna seguendo la linea delle emozioni.

R: I tuoi primi due romanzi sono, in parte, fortemente autobiografici. Sarà così anche in futuro? Dove sta andando oggi la Melissa Panarello scrittrice? Chi saranno i personaggi che popoleranno i tuoi prossimi libri?
M: Il romanzo che sto scrivendo adesso non è autobiografico, ho bisogno di raccontare una storia che non mi appartiene. È una storia corale, che guarda al passato ma anche al presente. Di più non posso svelare.

© 2007 Il Monocolo / Rossano Trentin

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•Gennaio 5, 2008 • Lascia un Commento

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